“La mia Favera”, il racconto di Roberto Ricci

Mi piace che i partecipanti raccontino la propria gara in prima persona: al di là dei tubi, leggere un racconto di prima mano, aiuta chi non c’era a capire meglio, e a volte anche immedesimarcisi, chi invece non era a quella gara. Per questo ringrazio Roberto Ricci, appassionato regolarista toscano, per il racconto che mi ha inviato per posta e che trovate di seguito.

rr1Commentare la mia ottava Favera è difficile. Cosa c’è che non ho già detto, descritto, raccontato, svelato, di questa gara epica? Sapete tutto. La Favera è la Favera.

Tutto accade in una notte, il possibile e l’impossibile, il bello e il brutto. La fortuna e la sfiga si rincorrono e si cercano, e in mezzo ci sei tu, chiuso nella tua scatola, a sfidare il tempo, il freddo, la stanchezza, il ghiaccio, la neve, la notte….per 600 km. Quando scendi dalla pedana di Prato della Valle sai che devi correre, sai che devi mettere in banca il tempo, perchè ti servirà, lo spenderai a poco a poco per compensare i momenti in cui lui passa, ma la strada sotto di te non passa.

E’ una gara automobilistica di regolarità vera, ma non basta essere preciso il più possibile, è necessaria anche l’abilità nella guida, il saper gestire la meccanica e le proprie forze. Le strade sono forestali e demaniali, spesso, “al naturale”, una sfida nella sfida. Per questo la Favera si attende, si inizia a preparare la successiva un minuto dopo essere arrivati alla fine di quella appena disputata. E’ speciale. 

Questa l’ho condivisa con Valeria. Anche lei l’aspettava, era affascinata dai racconti, e ha voluto provare quelle emozioni che tutti descrivevano nelle loro storie. Esperienza poca, qualche gara (una decina) tutte del Campionato Italiano. Pigrizia genetica, tendenza a soffrire il freddo congenita. I requisiti base avrebbero sconsigliato di affrontare questa sfida, ma quando qualcosa è fortemente voluta, si fa! La sorpresa è stata scoprire invece la sua abilità nella navigazione nelle condizioni più critiche,anche dopo molte ore e molti km, e sotto pressione dalle medie tutt’altro che agevoli. Precisa, essenziale, impeccabile. Il malessere che l’ha messa “out” alla fine della prima tappa non le ha consentito di poter vedere l’arrivo, e poter vivere totalmente questa avventura. Peccato. Doverci ritirare ha interrotto un divertimento unico, una simbiosi equipaggio vettura fino ad allora perfetta. Anche la mia macchina è stata eccezionale. Era stata preparata bene, era stata controllata e ricontrollata.

rr2Uno dei piaceri della Favera è anche questo…..pensare alla macchina, prepararla con cura. Il motore cantava senza perdere un colpo, era molto veloce, stabile, sicura. Affrontare i tornanti ghiacciati, il misto veloce in discesa innevato è stato divertentissimo. In mezzo a tanto divertimento, si doveva pensare anche ad essere più precisi possibile. Non facile. Le fotocellule di per sè fanno risultare meno precisi, ma alla Favera vanno “interpretate”. Entrata stretta, uscita larga, entrata storta a destra uscita storta a sinistra,cellula nascosta (nella neve, sotto ai cartelli, dietro ai birilli)…insomma….mai uguali, spesso non perfettamente visibili, riferimenti di mira sempre diversi. Ci vuole abilità anche per questo. Saper essere il miglior approssimatore è essenziale per poter accumulare meno penalità. Ma i rilevamenti sono il male minore, la gara si vince ai CO, arrivare in tempo è essenziale e per niente scontato. Perennemente a 40 di media, su quei percorsi, bisogna essere bravi e accorti. 

“Robbertì, ma perchè le gare non sono tutte così?” mi ripeteva Valeria, che si stava divertendo all’inverosimile (prima di capitolare). Eh….bisognerebbe clonare Ivo, ma soprattutto cambiare la mentalità dei regolaristi italiani. E adesso, è partito il countdown per la prossima Favera: -365. Il piacere dell’attesa, è esso stesso il piacere.

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8 thoughts on ““La mia Favera”, il racconto di Roberto Ricci

  1. Roberto, ti ho già detto di persona quanto sia stato divertente condividere una lunga parte del tracciato insieme, giù a rotta di colla tra sorpassi , macchine che non volevano essere sorpassate da due plebee utilitarie per arrivare a dire “io ci sono stato sempre alla grande” che poi a noi due , terribilmente simili in queste condizioni , era quello che interessava veramente.
    Ieri sera due vecchi piloti mi hanno spiegato che questa è la vera regolarità.
    Sono felice perché con le tue parole hai spiegato bene l’essenza. Se qualcuno legge e capisce …è il benvenuto , lo aspettiamo tra 364 giorni. Non sono poi così lunghi , ci sono tante cose a cui pensare , tante cose da fare…..

  2. Bello e molto reale il racconto di Skriccino.
    Chi non ha mai fatto questa gara, penso faccia un po’ fatica ad immaginare cosa possa succedere in quelle 16 ore di corsa, neve, ghiaccio, freddo, fame, crampi e stanchezza.
    E’ adrenalina allo stato puro…
    E’ il terzo anno che navigo questa folle Favera ed ogni volta mi piace sempre di più.
    Il primo pensiero all’arrivo è stato “l’anno prossimo la guido io, sono pronta per farla”.
    Ecco la follia da Favera, si prega perché le condizioni meteo siano il peggiore possibile, si guarda la meteocam sul Grappa sperando che una bufera di neve passi poco prima di te, per farti godere al massimo quelle strade bestiali…
    E’ una gara per “uomini veri”, nessuno molla se non è assolutamente costretto a farlo, solo la rottura del motore o un componente dell’equipaggio che sta male da morire, possono farti fermare… diversamente vai avanti, non ha nessuna importanza il passaggio, il netto, il cavallo, l’asino o il somaro… la cosa che conta è correre, sfidarsi e divertirsi…
    Noi abbiamo “picchiato” per ben tre volte, il muso della Fulvia HF ed i fanali hanno sofferto paracchio… siamo rimasti bloccati, tre ragazzi che assistevano alla gara sul quel tornate, sono scesi di corsa per aiutarci a ripartire… non siamo stati dentro né alla prova né al CO, ma nemmeno per un attimo abbiamo pensato “ritiriamoci”.
    Le ore passano, l’adrenalina comincia a scendere, la stanchezza avanza… Poi c’è quella che io definisco “l’ora tragica”, quella che traghetta la notte verso l’alba… dalle 6 alle 7 del mattino… quando guardi l’orologio e pensi… “oh mio Dio, ci sono ancora 6 ore di gara”… Allora apri il finestrino, temperature proibitive… scendi un secondo, ti butti un po’ di neve sulla faccia… ti scuoti e riparti… devi assolutamente arrivare alla fine.
    E quando arrivi alla fine, c’è gente che applaude, che ti saluta come “il vincitore”… perché alla Favera arrivare in fondo è vincere!

    Mancano solo 363 giorni alla prossima Favera… io ci sarò.

    LBC

  3. Io la “Favera” l’ho fatta una volta sola nel 2008 e tutto sommato con un discreto risultato.Non la faccio più perchè il fisico non regge e quindi preferisco non prendere rischi inutili.Però la “Favera” la amo enormemente da quando andavo a vederla passare da Casteltesino e Strigno e quando ho corso alcune delle sue prove nei “Prealpi venete e colli euganei” e “Coppa Città di Vicenza”(1969-1970).

    Marcello Saporetti

  4. Grande Roberto, ben scritto! Quella di quest’anno è stata la mia quarta partecipazione, ma le emozioni che provi durante la notte in “solitaria compagnia” del tuo compagno d’avventura dentro l’abitacolo, sono sempre uniche ed irripetibili, sembra sempre la prima volta…
    Io adoro particolarmente proprio le prime ore del mattino, quando comincia ad albeggiare, quando la stanchezza comincia a farsi sentire, ma quando fuori dell’abitacolo la luce comincia a prendere il sopravvento sulle tenebre e ti rende visibili paesaggi montani di infinita bellezza, che possono essere una volta il Monte Grappa e altre volte come quest’anno la prova di Cavalea…
    Attualmente in Italia non esiste altra manifestazione dotata dello stesso fascino, le uniche possibilità di confronto sono il Monte Carlo storico, del quale però la Favera è l’equivalente di una sola tappa, e la vecchia Motecarlo-Sestriere di fine enni ottanta per chi la vissuta…

  5. BEN SCRITTO ROBERTO,IL TUO E’ UN QUADRO PERFETTO!
    L’HO FATTA NEL 2008 QUANDO PARTIVA PRIMA PER TERMINARE ALLE 02.00, CON IL MIO MINI COOPER CON…ASSETTO PISTA. IN EFFETTI ERO UN PO’ BASSO E SUI SOLCHI GALLEGGIAVO PERCHE’ RASPAVO SOLO DA UN LATO. SICURAMENTE AFFASCINANTE,PERCHE’ ESTREMA CHE NON HA NULLA DA INVIDIARE AL MC STORICO, OVE PERO’ LA MEDIA,A VOLTE, TI FA CALAR LE BRACHE DALLA NOIA, MENTRE ALLA “FAVERA” VAI DENTRO CHE TI PARE DI ESAGERARE E POI ALLA FINE TI ACCORGI CHE CI SEI RIMASTO PER UN PELO… E QUESTO LA DICE LUNGA SUL “TAGLIO”. PENSO CHE L’ANNO PROSSIMO TORNER0′,ANZ,I MENTALMENTE, MI STO GIA’ PREPARANDO!

  6. …fatta, e sono tre.Adesso c’e’ da pensare a quella del 2014, in un attimo ci siamo.
    Essere arrivati in fondo quest’ anno e’ stato un successo, frizione andata, scarico rotto, carburazione di fantasia… eppure prima del via, funzionava tutto…e las but note least, equipaggio fuori combattimento per attacco influenzale il naviga….e per un, infiammazione il sottoscritto che lo ha messo in condizioni di guida assolutamente non agevoli. Niente scuse, l’ importante e’ esserci e poi arrivare in fondo.Carlo Fedeli

  7. Per la prima volta c’eravamo anche noi. Gara molto tirata che non lascia spazio a colpi di sonno o noia… adrenalina sempre a mille! Siamo arrivati in fondo contenti del piazzamento (21^), senza danni alla macchina e soprattutto divertendoci! Sicuramente un’ottima palestra per noi che da solo una anno facciamo gare di regolarità.

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